'L'Albero Mitico dell'Amore'

24.05.2015

L'Albero Mitico dell'Amore è un'installazione artistica presentata ad un'esposizione collettiva ed itinerante per le strade del quartiere Pigneto a Roma, dal 22 al 24 Maggio, presso lo studio Maggio Laboratorio di Pianoforti. L'installazione era un albero genealogico orizzontale, ottenuto da 49 volti dipinti e/o disegnati e appesi alla parete, associati a 49 personaggi della mitologia greca, senza nessun riferimento iconografico specifico, e collegati da linee che ne ricostruivano i rapporti genealogici. 

Essi sono strumento narrativo ideale per raccontare la storia del mondo e dell'umanità, essendo le tematiche del mito straordinariamente attuali. D'altronde il 'mythos' è di per se stesso un concetto senza luogo e senza tempo, ed è in tutti i luoghi ed in tutti i tempi.
Sebbene sottovalutata dall'occidente desacralizzato, una di queste tematiche è la dicotomia razionale/irrazionale, che trasposta nell'ambito quotidiano equivarrebbe al rapporto tra 'arbitrio divino' (la dolce 'dittatorialità' del destino, dei sentimenti e dell'amore) e 'libero arbitrio' (la libera scelta dell'uomo, la ragione, l'essere artefici del proprio destino). Una tematica che ha condizionato intere culture, interi popoli, intere economie ed epoche storico-politiche (Rinascimento, Illuminismo..). Quanto, cioé, siamo realmente artefici del nostro divenire? Quanto siamo soggetti ad un volere 'altro'? E quanto queste due condizioni sono realmente separate? E perché dovremmo volere che lo siano?

 Prometeo consegnò di nascosto il fuoco (luce della ragione) alla stirpe umana e per questo venne punito da Zeus (arbitrio divino). Questa primordiale dicotomia, espressa palesemente nel Prometeo Incatenato, si risolve nell'armonioso Eros, simbolo dell'amore materiale ed immateriale. Dell'origine di Eros ci sono più versioni: a tratti individuato come nipote di Zeus e altrove come entità universale preesistente. L'armonia dell'Amore, che è il senso di tutte le cose, congiunge materiale ed immateriale, razionale ed irrazionale, sia negli affetti che nell'amore politico (democrazia).

Ma un giorno l'impeto e l'ingordigia condussero gli uomini verso la folle necessità di un presunto riscatto e che, con arroganza, avrebbero dovuto sovrastare le forze della natura, dominandola e, pertanto, disconoscendone il valore. E solo l'uso della logica, avulsa da sentimento (raziocinio materialista, spogliatosi dell'elemento immateriale), avrebbe potuto transitare questo oscuro selciato. Ne' Le Baccanti Dioniso, figlio di Zeus e Semele, viene deriso dal re di Tebe Penteo e da Agave (sua madre e sorella di Semele), poiché non vollero credere all'origine divina del dio. A questo significativo disconoscimento succede la sua ira, che impone al popolo di Tebe una dilaniante irragionevolezza: il caos animalesco, la follia cieca. Le donne tebane vengono trasformate in animali affamati di carne maschile. Ed il sortilegio ha fine quando Agave rinsavisce con la testa del figlio tra le mani, poiché da lei stessa fagocitato. L'uomo ha sfidato e deriso il dio (la natura) che a sua volta lo ha punito. La scultura Ellenistica racconta della drammatica condizione dell'uomo 'abbandonato dagli dei' e colpito da un destino ineluttabile. Crisippo, creatura meravigliosa e figlio di una ninfa, subì un doppio maltrattamento: affettivo (lo stupro dall'amato Laio) e politico (il tentato assassinio dei fratellastri Atreo e Tieste e della loro madre Ippodamia, per la contesa del regno del padre Pelope). Inoltre, Crisippo è due volte vittima: oltre che della narrazione, anche in quanto strumento drammaturgico, assassinato al fine di narrare simbolicamente la storia politica del tempo. Egli, quindi, non può condizionare l'andamento del suo destino e questa iattura si ripercuote nel futuro degli uomini. Pelope infatti maledirà Laio, Atreo, Tieste e la moglie Ippodamia, dando inizio ad un'inarrestabile sventura, in cui ricorre l'impotenza dell'uomo sulle scelte divine. L'ultima tappa di questo percorso vede Oreste alle prese con l'impossibile. Figlio di Clitennestra e Agamennone, gli viene imposta una scelta tra due opzioni contrapposte e, entrambe, sbagliate: da un lato vendicare la morte del padre Agamennone in nome della giustizia divina, pur macchiandosi così di una colpa familiare (uccidere la madre) e pagando il prezzo della terrifica persecuzione delle Erinni; dall'altro non vendicare il padre, trasgredendo la giustizia divina e pagando il prezzo della sua ira. Il destino quindi esprime una falsa autonomia decisionale dell'individuo e disconoscere il divino diviene arroganza. Oreste pertanto accontenta il volere divino, assassinando la madre ed il suo amante Egisto (cugino e assassino di Agamennone) ed esponendosi alla persecuzione delle Erinni. Queste però, innanzi al gesto di riconciliazione tra l'uomo e la divinità, diventano Eumenidi, perdonando Oreste.
L'uomo non deve disconoscere l'importanza dell'amore, dei sentimenti, e non può più ritenere il bello come oggetto di possesso materialista e sessuale, dimenticandosi di contemplarlo e riconoscergli un origine divina. E non deve certo abbandonare la ragione. Come il mito ci racconta, il razionalismo, fine a se stesso, è arrogante materialismo cieco, idolatrico e distruttivo, tanto quanto l'irrazionaltà non mitigata da ragione, che diviene caos altrettanto cieco e distruttivo. Non solo: il mito ci racconta che le due condizioni devono essere la stessa cosa.

Vivere nell'amore non è questione ecumenica, bensì l'unica verità possibile. Raggiungerla comporta il rivoluzionare il nostro desolato mondo. Non possiamo distruggere questa possibilità di vita, accettando il disfacimento, nell'attesa che arrivi il momento di transitare la porta di passaggio tra la vita e la morte, perché non abbiamo la fortuna di Tiresia, nel suo costante trance tra il 'di qua' e il 'di là'.

 

 

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